Agostino, testimone dell’umiltà di Dio

Posted by Padre Eugenio Cavallari on 23 January 2013

Discendi, o uomo, per ascendere a Dio

Discese nel mondo la nostra vita, la vera, si prese sulle sue spalle la nostra morte e l'uccise (cf. 1 Tm 1. 10) con la sovrabbondanza della sua vita; ci gridò tuonando di tornare dal mondo a lui, nel sacrario onde venne a noi dapprima entrando nel seno di una vergine, ove gli si unì come sposa la creatura umana, la nostra carne mortale, per non rimanere definitivamente mortale; poi di là, come sposo che esce dal talamo, uscì con balzo di gigante per correre la sua via (cf Sal 18. 6), e senza mai attardarsi corse gridando, a parole e a fatti, con la morte e la vita, con la discesa e l'ascesa, gridando affinché tornassimo a lui; e si dipartì dagli occhi affinché tornassimo al cuore, ove trovarlo. Partì infatti, ed eccolo, è qui. Non volle rimanere a lungo con noi, e non ci ha lasciati. Partì verso un luogo da cui non si era mai dipartito, perché il mondo fu fatto per mezzo di lui, e in questo mondo era e in questo mondo venne a salvare i peccatori. La mia anima si confessa a lui, e lui la guarisce, perché ha peccato contro di lui. Figli degli uomini, fino a quando questo peso nel cuore? Anche dopo che la vita discese a voi, non volete ascendere a vivere? Dove ascendete, se siete già in alto e avete posto la bocca nel cielo? Discendete, per ascendere, e ascendere a Dio, poiché cadeste nell'ascendere contro Dio". Di' loro queste parole, anima mia, affinché piangano nella valle del pianto, e così rapiscili via con te fino a Dio. Lo spirito di Dio t'ispira queste parole, se nel parlare ardi col fuoco della carità (Confessioni 4, 12, 19).

Cercavo la via per procurarmi forza sufficiente a goderti, ma non l'avrei trovata, finché non mi fossi aggrappato al mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, che è sopra tutto Dio benedetto nei secoli. Egli ci chiama e ci dice: Io sono la via, la verità e la vita. Egli mescola alla carne il cibo che non avevo forza di prendere, poiché il Verbo si è fatto carne affinché la tua sapienza, con cui creasti l'universo, divenisse latte per la nostra infanzia. Non avevo ancora tanta umiltà da possedere il mio Dio, l'umile Gesù, né conoscevo ancora gli ammaestramenti della sua debolezza. Il tuo Verbo, eterna verità che s'innalza al di sopra delle parti più alte della creazione, eleva fino a sé coloro che piegano il capo; però nelle parti più basse col nostro fango si edificò una dimora umile, la via per cui far scendere dalla loro altezza e attrarre a sé coloro che accettano di piegare il capo, guarendo il turgore e nutrendo l'amore. Così impedì che per presunzione si allontanassero troppo, e li stroncò piuttosto con la visione della divinità stroncata davanti ai loro piedi per aver condiviso la nostra tunica di pelle. Sfiniti, si sarebbero reclinati su di lei, ed essa alzandosi li avrebbe sollevati con sé (Confessioni 7, 18, 24).

La superbia: imitare alla rovescia Dio

Cominciarono ad essere cattivi nell’intimo per poi incorrere nell'aperta disobbedienza. Non sarebbero giunti all'azione cattiva se non precedeva la volontà cattiva. E inizio della volontà cattiva, di ogni peccato, fu senz'altro la superbia (Eccli 10, 15). Ora la superbia è il desiderio di affermare alla rovescia la propria superiorità, che consiste nell’abbandonare l'autorità cui si deve aderire, per tentare di divenire autorità a se stessi. Ci si considera fine a se stessi. E si è fine a se stessi quando ci si distacca dal bene immutabile, che deve restare sempre il vero fine, più che ciascuno a se stesso. Questa defezione è sempre volontaria. Ora, se la volontà rimanesse stabile nell'amore al superiore bene immutabile, da cui è illuminata per vedere e infiammata per amare, non se ne distaccherebbe per divenire fine a se stessa e così accecarsi e gelarsi. Il effetti ciò è accaduto con i nostri progenitori: la donna ha creduto che il serpente dicesse la verità, Adamo ha anteposto il desiderio della moglie al comando di Dio illudendosi di essere venialmente trasgressore del comando perché anche nella comunione del peccato non abbandonava la compagna della sua vita. A questo punto è evidente che l'azione malvagia di trasgredire mangiando un cibo vietato, è stata compiuta da persone che già erano malvagie. Quel frutto poteva maturare soltanto da un albero cattivo. Contro natura è avvenuto che l'albero fosse cattivo, perché poteva avvenire soltanto per la depravazione della volontà, depravazione contro la natura umana. Solo una natura, creata dal nulla, poteva viziarsi. In quanto natura creata da Dio, era buona; ma defezionando dal suo essere diveniva cattiva. Però l'uomo non defezionò fino al punto di divenire un nulla, ma in modo tale che, ripiegato su se stesso, fosse meno perfetto di quando era unito all'Essere sommo. Essere in se stesso dopo avere abbandonato Dio, cioè essere fine a se stessi, non è certamente essere un nulla, ma accostarsi al nulla. Ecco perche la Scrittura designa i superbi come coloro che sono fine a se stessi (cf. 2 Pt 2, 10). E' bene dunque avere il cuore in alto, non rivolto a se stesso con superbia, ma verso il Signore con umile obbedienza. Questo è l’effetto meraviglioso dell'umiltà: sollevare il cuore in alto, mentre l’effetto della superbia è deprimerlo verso il basso. Sembra quasi una contraddizione: la pia umiltà, mentre rende l’uomo sottomesso al sommo Essere, in realtà lo eleva; la superbia invece, poiché consiste nel pervertimento, per il fatto che rifiuta la sottomissione all'Essere supremo, decade nel grado più basso, proprio come è scritto: Li hai atterrati mentre si innalzavano (Sal 72, 18; Lc 1, 52): in quel preciso momento sono stati precipitati. Volersi Innalzare contro Dio è di per sé essere atterrati. Dunque alla e nella città di Dio, esule nel tempo, è raccomandata soprattutto l'umiltà, che è messa in sì grande rilievo dal suo Re che è Cristo. Invece in Satana, per eccellenza rivale di Dio e dell’uomo, domina il vizio contrario della superbia e invidia. Ne deriva una opposizione assoluta fra la città di Dio e la città del Male: una è la società degli uomini pii, l'altra dei ribelli; in una prevale l'amore di Dio, nell'altra l'amore di sé (Città di Dio 14, 13, 1).

Avviatevi alle altezze con il piede dell’umiltà

Voi, che siete le vergini di Dio, seguire l'Agnello dovunque va. Ma, prima di mettervi al suo seguito, recatevi da lui e imparate come è mite e umile di cuore. Se amate, andate con umiltà a colui che è umile. Non vi allontanate da lui, se non volete cadere. Chi teme di allontanarsi da lui, prega implorando che non lo raggiunga il piede della superbia. Avviatevi alle altezze col piede dell'umiltà. Egli porta in alto chi lo segue con umiltà: egli che non disdegnò di chinarsi su coloro che giacevano nel peccato. Affidate a lui i doni che vi ha elargito, perché ve li conservi; deponete presso di lui la vostra forza. Tutto il male che non commettete perché Dio ve ne tiene lontani, consideratelo come perdonato. In tal modo non vi succederà di amarlo poco, illudendovi che poco vi sia stato rimesso; né disprezzerete con fatale arroganza i pubblici peccatori. Se avete avuto modo di saggiare le vostre forze, non vi inorgoglite per quanto siete riuscite a sopportare. Se la prova non vi è ancora toccata, pregate di non essere tentate al di sopra delle vostre capacità. Coloro, rispetto ai quali vi trovate più in alto per dignità esterna, riteneteli a voi superiori nelle doti che rimangono occulte. In tal modo, cioè riconoscendo con benevolenza i doni altrui che non vedete, anche i vostri non risulteranno sminuiti dal confronto, ma saranno consolidati dalla carità. Quanto poi ai doni che ancora vi mancano, vi saranno concessi con maggiore facilità, quanto più grande sarà l'umiltà con cui li desidererete. Quelli che fra voi perseverano, vi siano d'esempio; quelli che cadono, aumentino la vostra trepidazione. Amate la perseveranza degli uni per imitarla; piangete la defezione degli altri per evitare l'orgoglio. Non vogliate stabilire una vostra giustizia, ma sottomettetevi a Dio che opera in voi la salvezza. Perdonate i peccati altrui; pregate per i vostri. Con la vigilanza evitate le colpe future; con la confessione cancellate le colpe del passato (La S. Verginità 52, 53).

Solo l’umile può offrire doni a Dio

Tutti coloro che stanno intorno a lui offriranno doni (Sal. 75, 12). Chi sono coloro che stanno intorno a Dio? E dove è lui stesso per poter dire: Tutti coloro che stanno intorno a lui? Se pensi a Dio Padre, c'è forse un luogo in cui non sia, lui che è presente ovunque? Se pensi al Figlio secondo la natura divina, anche lui è ovunque con il Padre suo. Egli infatti è la Sapienza di Dio, della quale è detto: Giunge ovunque per la sua purezza (Sap 7, 24). Se poi intendi il Figlio, in quanto ha assunto la carne ed è stato visto tra gli uomini, è stato crocifisso ed è risorto, sappiamo che è salito in cielo. Chi sono dunque coloro che stanno intorno a lui? Gli angeli? Ne consegue che noi non offriamo doni, perché tutti coloro che stanno intorno a lui, offriranno doni. Vi dirò per ora ciò che Dio mi suggerisce, ciò che egli stesso si è degnato ispirarmi attraverso queste parole. Se più tardi mi apparirà qualcosa di meglio, anche ciò sarà vostro, perché bene comune di tutti è la verità. Non è mia, né tua; non è di questo o di quello: è comune a tutti. E forse per questo sta in mezzo, affinché intorno a lei stiano tutti coloro che amano la verità. Infatti ciò che è comune a tutti sta in mezzo. Perché si dice che sta in mezzo? Perché è ugualmente distante da tutti e ugualmente vicino a tutti. Ciò che non è in mezzo, per così dire, è proprietà privata di qualcuno. Ciò che è pubblico invece si pone in mezzo, affinché tutti i presenti lo vedano e ne siano illuminati. Nessuno dica: E' mio; per non rendere sua porzione privata ciò che sta in mezzo per tutti. Che significano dunque le parole: Tutti coloro che stanno intorno a lui offriranno doni? Tutti coloro i quali comprendono che la verità è comune a tutti, e non la rendono un bene privato né se ne inorgogliscono, costoro offriranno doni, perché sono umili. Quelli invece che fanno proprio ciò che è comune a tutti, in quanto posto nel mezzo, e tentano di portarlo con sé da una parte, non offriranno doni. Solo coloro che stanno intorno a lui offriranno doni al terribile: temano dunque tutti coloro che stanno intorno a lui. Per questo loderanno nel timore, perché proprio a tal fine gli stanno intorno: per aver tutti parte con lui. E lui su tutti si riversa e tutti illumina, ma in pubblico, nella comunità: questo significa tremare dinanzi a lui. Quando invece tu lo consideri un bene tuo proprio, e non più comune a tutti, ti innalzi superbamente, mentre sta scritto: Servite il Signore nel timore, e inneggiate a lui con tremore. Offriranno dunque doni solo coloro che sono umili e sanno essere la verità comune a tutti (Esposizione Salmo 75, 17-18).

L’umiltà, sapientissima ignoranza

Proprio per insegnare quest'umiltà necessaria alla salvezza, il Signore Gesù umiliò se stesso. A questa umiltà si oppone una, chiamiamola così, ignorantissima scienza, per cui ci si rallegra di sapere il pensiero dei filosofi greci per apparire dotti ed eruditi, mentre questo bagaglio culturale è ben lontano dalla vera dottrina ed erudizione. Un conto è sapere che Dio non è esteso né diffuso in spazi finiti o infiniti come se fosse maggiore in una parte e minore in un'altra, ma è presente ovunque come la verità, poiché la verità è Dio stesso; altra cosa è amare e cercare la verità, bellezza spirituale, verso cui la bellezza stessa dell'uomo è informata, alla cui luce giudichiamo belle e buone tutte le azioni del saggio. Chi comprende che il Verbo di Dio e Dio lui stesso, fu generato da Dio, ma non come è generata l'aria, che presuppone una causa che la faccia esistere, non essendo essa per nulla Dio, comprende che il Verbo è generato in modo ben diverso, in un modo che non può essere compreso da nessuno, se non da chi è ispirato da Dio (Lettera 118, 4, 23).

L’umiltà di Dio, supremo rimedio

Il nostro pensiero è modellato secondo il criterio dell’umiltà divina, quando crediamo che Dio si è fatto uomo per noi, dando un esempio insuperabile di umiltà e farci conoscere quanto amore Dio ha riversato su di noi. Perciò è utile credere e ritenere con fermezza incrollabile nel cuore che l’umiltà, la quale ha spinto Dio a nascere da una donna e a lasciarsi, fra tanti oltraggi, condurre a morte da uomini mortali, è il supremo rimedio per guarire dal tumore del nostro orgoglio ed il sublime sacramento per sciogliere il reato del peccato. Altrettanto si dica della potenza dei suoi miracoli e della sua risurrezione, perché sappiamo che cosa è l’onnipotenza, crediamo in un Dio onnipotente e giudichiamo fatti di questo tipo, affinché la nostra fede non sia finta. Allo stesso modo, desiderando comprendere, nella misura in cui ci è concesso di farlo, l’eternità, l’uguaglianza e l’unità della Trinità, dobbiamo credere prima di comprendere e dobbiamo vigilare che la nostra fede sia sincera e umile (Trinità 8, 5).

Scendiamo dalla vanità dell'orgoglio all'umiltà, per elevarci da qui fino alla conquista dei vertici della vera grandezza divina. Questo proposito non poteva esserci ispirato in modo più brillante e più delicato da Dio fatto uomo, perché la nostra arroganza fosse repressa non con violenza ma con la persuasione. Per questo il Verbo stesso è intervenuto degnandosi di mostrare la sua specifica missione mediante l'uomo da lui assunto. Così l'uomo avrebbe avuto maggior timore d'innalzarsi col suo orgoglio di uomo, che non di abbassarsi imitando l'esempio di Dio (Lettera 232, 6).

Dall’umiltà all’unità

Vi ho dato l’esempio affinché anche voi facciate come ho fatto io: lavatevi i piedi a vicenda (Gv 13, 15). Conosciamo bene, fratelli, l’umiltà dell’Altissimo nel lavare i piedi agli apostoli; quindi rendiamoci reciprocamente e con umiltà lo stesso servizio che l’Altissimo con somma umiltà ha compiuto. A questo esempio si ispirano i fratelli che rinnovano anche esternamente il suo gesto, quando per esempio si ospitano vicendevolmente. Ma certo il sublime gesto del Signore costituisce per noi un altro grande impegno: confessarci a vicenda le nostre colpe col perdono e pregare gli uni per gli altri. Perché, se ci rimette i peccati colui che non ha nulla da farsi perdonare da noi, non dovremo a maggior ragione rimetterci a vicenda i nostri peccati, noi che non riusciamo a vivere quaggiù senza peccato? Perdoniamoci a vicenda e preghiamo gli uni per gli altri: è il dovere fondamentale questo ministero di umiltà e carità. In definitiva però compete a Lui sciogliere in cielo ciò che noi sciogliamo in terra (Comm. Vg. Gv. 58, 5).