Agostino, mistico del cuore in alto

Posted by Padre Eugenio Cavallari on 12 March 2013

Cercare in se stesso

Questo salmo inizia con un santo desiderio: Come il cervo anela alle fonti dell'acqua, così l'anima mia anela a te, o Dio (Sal. 41, 1). Chi dice queste cose? Se lo vogliamo, siamo noi. E che cosa cerchi al di fuori di quello che sei, quando è in tuo potere essere ciò che cerchi? Tuttavia chi parla non è un uomo solo, ma un solo corpo: il Corpo di Cristo che è la Chiesa. Non in tutti coloro che entrano nella Chiesa si trova un tale desiderio; tuttavia coloro che hanno gustato la dolcezza del Signore e avvertono nel cantico un sapore particolare, non pensino di essere soli; siano convinti che tali semi sono sparsi nel campo del Signore, cioè in tutto il mondo, e che questa voce è la voce dell'unità cristiana: Come il cervo anela alle fonti dell'acqua così anela l'anima mia a te, Dio. E' esatto pensare che si tratta della voce dei catecumeni, che si affrettano alla grazia del santo lavacro. Perciò si canta solennemente questo salmo, affinché essi desiderino la fonte della remissione dei peccati. Che sia così e questo sentimento occupi veramente nella Chiesa un posto preminente! Tuttavia, fratelli, anche nel battesimo dei fedeli tale desiderio non è ancora saziato; ma se essi sanno dove è rivolto il loro pellegrinare e verso quale meta s'incamminano, più ardentemente si infiammeranno (Esposizione Salmo 41, 1). 

Torna in te stesso e trascendi te stesso 

Non esiste uomo che non si ami; ma bisogna possedere l'amore retto ed evitare quello deviante. Chiunque, se abbandona Dio, non amerà che se stesso; e per l'amore di sé, una volta separato da Dio, non dimora più neppure in sé, ma esce addirittura fuori di sé. Va esulando fuori dalla sua coscienza e disprezzando la vita interiore, preso com’è dall'amore per tutto ciò che è a lui estraneo. Che cosa ho detto? Certo, non disprezzano forse la propria coscienza quelli che operano il male? Chiunque riconosce dignità alla propria coscienza, mette un freno alla propria ingiustizia. Avendo disprezzato Dio per l'amore di sé, consegue che costui finisce per disprezzare perfino se stesso, amando al di fuori ciò che egli non è. Fate dunque attenzione e ascoltate l'apostolo Paolo, che rende testimonianza in tal senso: Negli ultimi tempi incomberanno circostanze difficili (2 Tm 3, 1). Che cosa comportano le circostanze per essere difficili? Questo: Gli uomini saranno egoisti e amanti del denaro (2 Tm 3, 2). Ecco l'origine del male. Dove ti trovi tu che amavi te stesso? Naturalmente, sei fuori di te. Di grazia, tu sei forse il denaro? In realtà tu, che senza tener conto di Dio non ami che te stesso, per l'attaccamento al denaro hai trascurato anche te. Prima hai trascurato, poi hai perduto. L'amore al denaro ti ha infatti portato a perdere te stesso. Tira fuori la bilancia della verità, non dell'avidità: Che giova all'uomo se guadagnerà il mondo intero? (Mt 16, 26) E' la voce divina, è la voce di colui che controlla il peso, non di chi inganna; di colui che dà esatto conto, che ammonisce. Torna a te: e, una volta rientrato in te, volgiti ancora verso l'alto, non restare in te. Prima torna in te dal mondo esterno, poi restituisci te stesso a colui che ti ha creato; e ha cercato te, perduto; ha trovato te, fuggitivo; a se stesso ha convertito te che gli avevi voltato le spalle. Torna a te, dunque, e muovi verso di lui che ti ha creato (Discorso 330, 3).

Le ferite dell’amore

Se fino ad ora uno è freddo, legga ed ami; se fino ad ora non ama, riceva in cuore la freccia della Parola. Poiché proprio degli apostoli è stato detto: Irresistibili le tue frecce acute. Esse raggiungono in efficacia quel che vien detto dopo: Sotto di te cadono i popoli (Sal 44, 6). Sono benigne tali piaghe. La ferita dell'amore è salutare. E quando risana questa ferita? Quando il nostro desiderio s'acquieterà nei beni eterni. Viene paragonato ad una piaga il perdurare del nostro desiderio, che non è ancora possesso. Giacché l'amore ha questo di particolare, che il dolore gli sussiste accanto. Una volta raggiunta la meta, quando il possesso sarà adempimento, allora il dolore scompare, ma resta immutato l'amore (Discorso 298, 2, 2).

Cristo abita in noi mediante la fede 

Che cosa chiede Cristo pregando a nome del suo corpo? Ecco: Per non piegare il mio cuore a parole maligne. Esso è il cuore della mia Chiesa; sì, il cuore del mio corpo. Ripensate, fratelli, a quelle parole paradigmatiche: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti (At 9, 4)? Le dice anche quando nessuno toccava lui personalmente: Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere (Mt 25, 35). Tali verità devono essere familiari ai cristiani, specialmente a coloro che si sono fissati in mente le norme per capire il resto della rivelazione. In tal modo essi o non dovranno subire turbamenti o presto torneranno sul retto sentiero. Diranno i giusti: Quando ti abbiamo visto affamato? Egli risponderà: Ogni volta che l'avete fatto a uno solo di questi miei fratelli, anche al più piccolo, l'avete fatto a me. La stessa cosa dobbiamo dire noi adesso e dirla a Cristo, che è dentro di noi, nel nostro uomo interiore, dove egli si degna di abitare per mezzo della fede. Egli non è assente, per cui non abbiamo uno a cui rivolgerci; viceversa ci dice: Ecco io sono con voi sino alla fine del mondo (Mt 28, 20) (Esposizione Salmo 140, 7).

Il colloquio più intimo

Gesù si voltò e, vedendo che lo seguivano, dice loro: Che cosa cercate? Quelli gli dissero: Maestro, dove abiti (Gv 1, 38)? Non lo seguivano ancora con l’intenzione di unirsi a lui per sempre; questo avvenne quando disse loro: Seguitemi, vi farò pescatori di uomini (Mt 4, 19). Da quel momento si unirono a lui per non lasciarlo più. Per ora Cristo mostra loro dove abita: quelli vanno e restano con lui. Che giornata felice dovettero trascorrere, che notte beata! Chi ci può dire che cosa ascoltarono dal Signore? Mettiamoci anche noi a costruire nel nostro cuore una casa, ove il Signore possa venire e ci ammaestri e si trattenga a parlare con noi (Commento Vangelo Giovanni 7, 9). 

Agostino loda il Signore 

Accetta l'olocausto delle mie confessioni dalla mano della mia lingua, formata e sollecitata da te a lodare il tuo nome. Risana tutte le mie ossa e ti dicano: Signore, chi è simile a te (Sal 34. 10)? Chi a te si confessa non ti rende nota la sua intima storia, poiché un cuore chiuso non esclude da sé il tuo occhio, né la durezza degli uomini respinge la tua mano, bensì tu la stemperi a tuo piacere, con la pietà o la punizione; e nessuno si sottrae al tuo calore. La mia anima ti lodi per amarti, ti confessi gli atti della tua commiserazione per lodarti. L'intero tuo creato non interrompe mai il canto delle tue lodi: né gli spiriti tutti attraverso la bocca rivolta verso di te, né gli esseri animati e gli esseri materiali, attraverso la bocca di chi li contempla. Così la nostra anima, sollevandosi dalla sua debolezza e appoggiandosi alle tue creature, trapassa fino a te, loro mirabile creatore. E lì ha ristoro e vigore vero (Confessioni 5, 1, 1). 

Estasi di Ostia

Elevandoci con un più ardente impeto d'amore verso l'Essere stesso, percorremmo su su tutte le cose corporee e il cielo medesimo, da cui il sole e la luna e le stelle brillano sulla terra. E ancora ascendendo in noi stessi con la considerazione, l'esaltazione e l'ammirazione delle tue opere, giungemmo alle nostre anime e superammo anch’esse per attingere la plaga dell'abbondanza inesauribile, ove pasci Israele in eterno col pascolo della verità, ove la vita è la Sapienza, per cui si fanno tutte le cose presenti e che furono e che saranno, mentre essa non si fa, ma tale è oggi quale fu e quale sempre sarà; o meglio, l'essere passato e l'essere futuro non sono in lei, ma solo l'essere, in quanto eterna, poiché l'essere passato e l'essere futuro non è l'eterno. E mentre ne parlavamo e anelavamo verso di lei, la cogliemmo un poco con lo slancio totale del cuore, e sospirando vi lasciammo avvinte le primizie dello spirito, per ridiscendere al suono vuoto delle nostre bocche, ove la parola ha principio e fine. E cos'è simile alla tua Parola, il nostro Signore, stabile in se stesso senza vecchiaia e rinnovatore di ogni cosa (Confessioni 9, 10, 24)? 

La vita beata

Che cos’è la vita beata se non possedere, mediante la conoscenza, qualcosa di eterno? Eterno infatti è solo ciò di cui si è fermamente convinti che non può essere tolto a chi l’ama. L’eterno poi equivale a possedere e conoscere per sempre. L’eternità è la più eccellente di tutte le cose, perciò non possiamo averla se non per mezzo della facoltà che ci rende superiori, cioè la mente. Ora ciò che si possiede con la mente si ha conoscendolo, e nessun bene è conosciuto perfettamente se non si ama perfettamente. Ma come la mente da sola non può conoscere, così da sola non può amare. L’amore infatti è una tensione e noi vediamo che anche nelle altre parti dell’animo c’è un appetito il quale, se è in accordo con la mente e la ragione, permetterà di contemplare con la mente, in questa pace e tranquillità, ciò che è eterno. L’animo deve quindi amare anche con le altre sue parti questo bene così grande che bisogna conoscere con la mente. E poiché l’oggetto amato configura necessariamente di sé il soggetto che ama, avviene che l’eterno, amato così, renda eterna l’anima. Di conseguenza la vita beata è in definitiva la vita eterna. Ma qual è il bene eterno, che rende eterna l’anima, se non Dio? Ora l’amore delle cose da amarsi si chiama più propriamente carità o dilezione. Per questo bisogna considerare con tutte le forze della mente quel precetto tanto salutare: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente (Mt 22, 37), e ciò che ha detto il Signore Gesù: Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo (Gv 17, 3) (Questioni diverse 35, 2).. 

Ti vidi, infinito, ma diversamente 

Non c'è sanità di giudizio in coloro che non gradiscono qualcosa del tuo creato, come non ce n'era in me quando non gradivo molte cose da te create. E poiché la mia anima non osava non gradire il mio Dio, si rifiutava di riconoscere come opera tua tutto ciò che non gradiva. Di qui era giunta alla concezione delle due sostanze, senza trovarsi soddisfatta e usando un linguaggio non suo; poi aveva abbandonato quell'idea per costruirsi un dio esteso dovunque negli spazi infiniti, che aveva immaginato fossi tu e aveva collocato nel proprio cuore, ricostituendosi tempio del proprio idolo, abominevole ai tuoi occhi. Quando però a mia insaputa prendesti il mio capo fra le tue braccia e chiudesti i miei occhi per togliere loro la vista delle cose vane, mi ritrassi un poco da me, e la mia follia si assopì. Mi risvegliai in te e ti vidi, infinito ma diversamente, visione non prodotta dalla carne (Confessioni 7, 14, 20). 

Evoluzione del concetto di materia in Agostino 

Signore, se devo confessarti con la mia bocca e la mia penna tutti gli insegnamenti che a proposito di questa materia ho ricevuto da te, dirò che dapprima ne udivo il nome senza capire; d'altronde anche chi me ne parlava non capiva. Perciò la immaginavo con innumerevoli aspetti diversi, e dunque non la pensavo. Passavano nella mia mente forme sgradevoli e orrende in ordine confuso, ma pur sempre forme, e chiamavo informi cose non già prive di forma, ma dotate di una forma tale da ripugnare, presentandosi, ai miei sensi per la sua inusitata irrazionalità, e da sconcertare la mia umana debolezza. Però le immagini della mia mente erano informi, non per la mancanza di qualsiasi forma, bensì per il confronto con altre di forma migliore. La vera ragione mi avvertiva che, volendo concepire un ente del tutto informe, avrei dovuto svestirlo per intero di qualsiasi residuo formale; il che non potevo fare. Mi era più facile credere inesistente una cosa priva di qualsiasi forma, che pensare un qualcosa di mezzo tra la forma e il nulla, non forma e non nulla, ma un informe quasi nulla. Ma io desideravo sapere, non supporre; e se ora la mia voce, la mia penna ti confessasse tutte le spiegazioni che ebbi da te in questa ricerca, chi fra i miei lettori resisterebbe fino a capire? Non per ciò, tuttavia, desisterà il mio cuore dal renderti onore e dal cantare le tue lodi per le spiegazioni ricevute, sebbene sia incapace di esporle (Confessioni 12, 6, 6)

Il tesoro da riporre in cielo 

Il nostro Dio non vuole che noi perdiamo le nostre sostanze, ma ci mostra il posto ove riporle. Ciascuno di noi può pensare solo al proprio tesoro e va facilmente dietro alle proprie ricchezze per la strada - diciamo così - tracciata dal suo cuore. Orbene, se vengono sepolte sulla terra, il cuore si dirige verso il basso; se invece vengono conservate in cielo il cuore sarà in alto. Chi dunque vuole avere il cuore in alto riponga lì ciò che ama; pur vivendo con il corpo sulla terra, col cuore abiti insieme con Cristo; e come la Chiesa fu preceduta dal proprio capo, così il cristiano si faccia precedere dal proprio cuore. Allo stesso modo che le membra son destinate ad andare là ove le ha precedute il loro capo, Cristo, così il cristiano risorgendo è destinato a tornare là ove lo avrà preceduto il cuore dell'uomo. Usciamo dunque da questa terra mediante la parte grazie alla quale possiamo farlo e tutto il nostro essere ci seguirà dove sarà già arrivata quella parte di noi. La nostra casa terrestre è destinata ad andare in rovina; eterna è invece quella celeste. Trasferiamoci prima là dove ci proponiamo di andare (Discorso 86, 1, 1).